Consiglio di Stato, sez. V, 5 novembre 2019, n. 7539

1.    E’ principio consolidato nella giurisprudenza amministrativa che l’interesse a ricorrere si sostanzia nell’utilità o nel vantaggio (materiale e morale) che il ricorrente può ricavare dall’accoglimento della domanda proposta in giudizio. Nel caso di una procedura per l’affidamento degli appalti pubblici, salva l’esclusione ovvero l’impugnabilità del bando nei limiti fissati dalla giurisprudenza, la lesione della sfera giuridica del concorrente è concreta ed attuale solo al momento dell’adozione del provvedimento di aggiudicazione definitiva all’altro contraente, non potendo l’interesse individuale – che legittima la proposizione del ricorso – coincidere con l’astratta aspirazione al ripristino della legalità violata dalla stazione appaltante in uno degli atti interni della procedura stessa e dovendo, invece, ritenersi che l’utilità finale – che l’operatore intende conseguire mediante il giudizio – è pur sempre l’affidamento dell’appalto che, a seguito di aggiudicazione ad altri, gli è definitivamente preclusa .

2.    L’art. 36, comma 1, d.lgs 18 aprile 2’16, n. 50 impone espressamente alle stazioni appaltanti nell’affidamento dei contratti d’appalto sotto soglia il rispetto del “principio di rotazione degli inviti e degli affidamenti”. Detto principio costituisce necessario contrappeso alla notevole discrezionalità riconosciuta all’amministrazione nel decidere gli operatori economici da invitare in caso di procedura negoziata, al fine di evitare la formazione di rendite di posizione e tutelare la concorrenza, consentendo la turnazione tra i diversi operatori nella realizzazione del servizio.

 

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